26) Spinoza. Le leggi di natura.
Secondo Spinoza le leggi di natura coincidono con la stessa legge
divina, quindi hanno un valore supremo. Esse valgono sia per gli
animali che per gli uomini, perci ricoprono un campo pi vasto
della sola razionalit umana.
B. Spinoza, Trattato teologico-politico, capitolo sedicesimo
(pagina 219).
E' tempo ora di indagare fino a qual punto, nello Stato meglio
organizzato, si possa esercitare questa libert di pensiero e di
espressione. Per procedere con ordine, bisogner esaminare i
fondamenti della comunit politica e anzitutto quelli del diritto
naturale dell'individuo, lasciando per ora da parte ci che
riguarda la pubblica organizzazione e la religione.
Per diritto e istituzione di natura, non intendo altro che le
regole naturali proprie di ogni essere, regole secondo le quali
concepiamo ciascun individuo come naturalmente determinato ad
esistere e ad agire in un modo particolare. Ad esempio, i pesci
sono per natura determinati a nuotare, e i pi grossi a mangiare i
pi piccoli; ed  dunque in forza di un sovrano diritto di natura
che i pesci hanno nell'acqua il loro dominio e che quelli pi
grossi si cibano degli altri. E' certo infatti che la natura,
considerata in se stessa, ha un diritto supremo su tutto ci che
rientra nel suo potere, ossia il diritto di natura si estende fin
l dove giunge la potenza della natura, poich la potenza della
natura fa tutt'uno con la potenza di Dio, ente che detiene su ogni
cosa il diritto supremo. Ma poich la potenza globale della natura
non  altro che la somma delle potenze di tutti gli individui
congiunti, ne segue che ogni individuo ha un diritto sovrano su
tutto ci che cade sotto il suo potere, ossia che il diritto di
ciascuno si estende fin l dove giunge la sua particolare potenza.
Poich inoltre  legge fondamentale della natura che ciascun
essere si sforzi di perseverare nel proprio stato per quanto gli 
possibile, e ci senza tener conto di ragioni estranee, ma solo
delle sue proprie, ne consegue che ciascun individuo gode di un
diritto assoluto a quell'esistenza e a quell'attivit (come ho
detto) che sono conformi alla sua determinata natura.
A questo proposito non scorgiamo differenze tra gli uomini e gli
altri esseri naturali, n tra gli uomini forniti di raziocinio e
quelli che ignorano la vera ragione, n tra gli sciocchi, i folli
e i sani di spirito. Qualunque ente che si comporta in base alle
leggi della propria natura, agisce in virt di un diritto sovrano;
ovviamente del resto, poich agisce cos come  determinato dalla
natura, n potrebbe fare altrimenti. La situazione degli uomini,
insomma, fino a quando vengano considerati come viventi sotto il
solo dominio della natura,  identica per tutti: tanto vive per
sovrano diritto secondo le sole leggi dell'appetito colui che non
conosce ancora l'esercizio della ragione o che  ancora estraneo
ad ogni condotta virtuosa, quanto colui che informa il suo vivere
a criteri di razionalit. In altri termini, come il sapiente gode
di un diritto sovrano su tutto ci che la razionalit gli
prescrive, diritto quindi di vivere secondo le norme della
ragione, cos anche l'ignorante e l'uomo privo di forza morale
gode di diritto sovrano su tutto ci che la cupidigia gli
suggerisce e quindi ha piena facolt di vivere secondo le leggi
dell'appetito. Ci coincide con quanto insegna lo stesso Paolo,
secondo il quale non ha senso parlare di peccato prima della
legge, ossia fin tanto che gli uomini sono considerati come
viventi sotto il dominio della natura.
Il diritto naturale di ciascun uomo  dunque determinato e
definito non da una saggia razionalit, bens dalla propria
cupidigia e dalle proprie possibilit. Non tutti infatti sono
disposti per natura a conformare il loro operato alle norme e ai
princpi della razionalit; al contrario, tutti nascono ignari di
tutto, e prima che possano apprendere un retto modello di vita ed
acquisire l'abito della virt, passa la pi parte della loro vita,
anche se abbiano beneficiato di una buona educazione. Nel
frattempo essi sono costretti a vivere e a provvedere alla propria
conservazione nella misura in cui  loro possibile: e ci in base
al solo impulso del desiderio, dato che la natura non diede ad
essi null'altro e rifiut loro la capacit effettiva di vivere
secondo corretti princpi razionali. Perci non sono tenuti a
vivere secondo le norme di un saggio sentire pi di quanto sia
tenuto un gatto a vivere secondo la natura di un leone. A
ciascuno, in quanto considerato sotto il dominio della natura,
sar dunque lecito per primario diritto tendere al conseguimento
di quanto egli - guidato da un retto ragionamento oppure
dall'impeto delle passioni - giudichi vantaggioso, e parimenti
lecito raggiungere il suo scopo con qualsiasi mezzo: sia con la
violenza, sia con la frode, sia con la preghiera, sia infine in
quel modo in cui potr riuscirgli pi facile. Di conseguenza avr
diritto di considerare come proprio nemico chi voglia impedire
l'attuazione del suo intento.
Da queste premesse deriva che la legge e l'istituzione di natura,
sotto le quali tutti nascono e vivono per la maggior parte della
vita, non vietano nessuna azione eccetto quella che nessuno
desidera o che nessuno pu compiere; esse non si oppongono n ai
conflitti, n agli odi, n alla collera, n agli inganni, n
insomma a tutto quello che la cupidigia pu suggerire. Non c'
motivo di meraviglia in questo. La natura non  racchiusa e
costretta entro i princpi della razionalit umana i quali mirano
alla conservazione e all'effettivo interesse degli uomini; essa ne
abbraccia infiniti altri che concernono l'ordinamento eterno
dell'intera natura di cui l'uomo  una particella; ed  dalla
necessit di tale ordinamento che tutti gli esseri sono
determinati, ciascuno nel modo proprio, ad esistere e ad agire.
Se un aspetto qualsiasi della natura ci sembra ridicolo o assurdo
o cattivo,  perch nella considerazione della realt adottiamo
prospettive parziali e ci sfuggono in gran parte l'ordine e la
coerenza della natura nella sua totalit;  perch pretendiamo che
la totalit delle cose si conformi alle esigenze e ai criteri
usuali della nostra razionalit. Vero  invece che ci che la
mente umana proclama male, non  male rispetto all'ordinamento e
alle leggi dell'intera natura, ma soltanto relativamente alle
leggi della nostra natura umana.
B. Spinoza, Etica e Trattato teologico-politico, UTET, Torino,
1988, pagine 643-646.
